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Il falsi teoremi della sinistra per coprire i violenti
di
Gian Marco Chiocci
articolo pubblicato da il Giornale.it
Il Grande
bluff del Pd, ripiombato negli anni Settanta: agenti
«infiltrati», sbirri pronti a sparare, professionisti
d’incidenti istruiti in questura. Prove? Nessuna.
Indizi? Nemmeno. Sospetti? Tanti, sbirciando foto o
spezzoni di video su internet che si riveleranno un
boomerang per chi li ha incautamente utilizzati. Dopo le
pietre alle forze dell’ordine, a lanciare il sasso in
politica ci ha pensato la senatrice Anna Finocchiaro:
«C’erano evidentemente degli infiltrati che hanno messo
a rischio i manifestanti e le forze dell’ordine. Chi li
ha mandati? Chi li paga? Cosa devono causare?».
Purtroppo per la Finocchiaro, e per chi l’ha pensa come
lei, questa storia degli infiltrati è una bufala
commovente.
1) Lo «sbirro» smascherato
Per ore sul web, in tv e persino in Parlamento, si è
fantasticato sull’infiltrato della polizia col giaccone
beige, sciarpa bianca, viso incappucciato, guanto rosso,
che - giurano i fan della Finocchiaro - finge di
accanirsi sul corpo di un finanziere. In altre immagini
lo «sbirro smascherato» viene ridicolizzato dai commenti
postati in serie mentre lancia un bidone o mulina una
pala: «Un vero attore» ridacchia il web. Attore
consumato, visto le urla lanciate ai poliziotti e
riprese da un cameraman studentesco: «Sono minorenne».
Tutta scena. L’asserito poliziotto travestito spunta
sempre nei punti più infuocati della città. E questa
cosa, ohibò, ai più è sembrata sospetta al pari delle
manette e del manganello trovati in suo possesso: ecco,
è uno sbirro infiltrato. E invece quel finto
manifestante in realtà è un teppista vero, che le
manette e il manganello aveva personalmente fregato al
finanziere tramortito a terra. Un minorenne per giunta,
S.M., studente del liceo romano Caetani, catalogato nel
collettivo Senza Tregua, figlio di un esponente
dell’estremismo rosso degli Anni ’70, con precedenti per
rissa e resistenza a pubblico ufficiale. Altro che Actor
Studios: verrà arrestato per rapina aggravata. Pure il
mistero sul suo primo fermo, e successivo rilascio, è
stato chiarito: il ragazzo era stato bloccato per un
episodio diverso rispetto a quello dell’aggressione al
finanziere, fotosegnalato e poi rilasciato, in attesa
del riscontro della documentazione acquisita durante gli
scontri.
2) Stesse scarpe per agenti e Black bloc
Altra foto, ennesimo bidone. La didascalia non inganna:
finanzieri aggrediscono manifestanti, ma c’è un giallo.
Quale? A ben guardare l’immagine, un manifestante sembra
un infiltrato. Nel groviglio c’è un dettaglio che
cattura l'attenzione dei reporter: gli stivali delle
forze dell’ordine e quelli degli studenti sono identici.
Tali e quali anche nel marchio ovale, colorato di
giallo, sotto il carrarmato gommato della suola. È la
prova delle prove. Così, almeno, viene spacciata online.
Ma è una comica patacca: l’immagine si riferisce a
scontri avvenuti a giugno dall’altra parte del mondo.
Non si tratta di picchiatori finanzieri ma di agenti
antisommossa canadesi...
3) La pistola impugnata dal finanziere...
A chi s’è scandalizzato per la foto del finanziere con
la pistola in mano, sopraffatto da sprangate e bombe
carta, bisognerebbe chiedere cosa sarebbe successo se
quello stesso finanziere, per salvare la pelle, avesse
sparato in aria oppure alla cieca come il carabiniere
Placanica sotto attacco di Carlo Giuliani e di altri non
global nel 2001 a Genova. Miracolosamente è rimasto
calmo. Ha impugnato la rivoltella solo perché nel
pestaggio era scivolata fuori dalla fondina e grazie
alla cordicella attaccata al calcio l’ha sottratta ai
teppisti che s’erano fregati manette e manganello. Nelle
foto l’arma è sempre rivolta verso il basso, mai ad
altezza d’uomo. L’altra mano, poi, è spesso sopra la
pistola: se avesse fatto fuoco l’appuntato avrebbe perso
tutte e cinque le dita.
4) La rivoltella in mano al carabiniere
Altro
capolavoro lo fa il quotidiano il Manifesto. Fotografie
ritraggono un maresciallo dei carabinieri del
«Battaglione Campania» con una pistola nella mano
destra, non impugnata. Nell’articolo, e nella
didascalia, si evita di raccontare la storia per intero:
e cioè che il sottufficiale ritratto aveva appena
recuperato l’arma di un collega di nome Paolo portato
via con l’ambulanza perché ferito a una gamba da un palo
della segnaletica divelto dai Black bloc all’angolo tra
via del Plebiscito e via Astalli, vicino la residenza
del premier. Il maresciallo non faceva altro che mettere
in sicurezza l’arma del collega finito all’ospedale. Al
Manifesto, dove lavorano gli ex terroristi rossi
Francesco Piccioni e Geraldina Colotti, se ne sono
fregati pensando al doppio senso di un titolo a effetto:
«Fiducia nell’Arma».
5) Il carretto delle munizioni di Stato
Altro argomento surreale quello del camioncino pieno di
pietre lasciato di proposito a disposizione dei
manifestanti vicino Palazzo Madama. Lo scrive il Fatto,
riprendendo il tam tam del pomeriggio che imputava al
governo la sciagurata decisione di non togliere dal
centro storico il furgone con gli attrezzi dei lavori in
corso Rinascimento. Testuale: «Resta però da capire, per
esempio, cosa ci facesse un camion pieno di mattonelle
“a disposizione” dei manifestanti sotto il Senato. Lo
stesso tipo di camion che due anni fa riuscì ad entrare
in piazza Navona, durante altri scontri, pieno di mazze
e bastoni». Stesso tipo di camion, stessa zona, stessa
situazione. La solita idiozia.
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