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Salute, donne islamiche dal medico? Solo se dà il
consenso il loro imam
articolo di
Francesco De Remigis
pubblicato da ILGIORNALE.it
domenica 30 maggio 2010
L’idea choc è promossa dal coordinatore sanitario degli
immigrati in Toscana, ma la pratica è già diffusa da
anni

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Se a Firenze vuoi fare prevenzione tra le donne
musulmane, devi passare dalla moschea. È il coordinatore
sanitario degli immigrati in Toscana a promuovere questa
dinamica; spiegando che, senza il placet dei leader
religiosi, non si riesce a portare le donne islamiche
negli ospedali. Dunque, anziché avvicinare le donne al
sistema sanitario italiano, alla gratuità di alcuni suoi
servizi fondamentali, come la prevenzione dalle malattie
che colpiscono in modo particolare le anziane, agevolare
il confronto con altre donne italiane, in autonomia e
senza distinzioni religiose, favorendo l’integrazione,
meglio riconoscere legittimità agli imam e accrescere il
loro potere di veto. «È molto importante coinvolgere i
capi e i leader delle comunità, perché senza di loro non
puoi muovere niente», spiega Omar Abdulcadir, che spesso
raggiunge la moschea per cercare di avere dalla sua
parte i capi religiosi, come lui stesso li definisce. Ma
c’è di più: Omar Abdulcadir, che dirige anche il Centro
regionale per la prevenzione e cura delle complicanze
legate alle mutilazioni genitali femminili, ammette di
aver ceduto alla moschea di Firenze una parte dei
finanziamenti ottenuti dalla Regione Toscana. Quei soldi
sarebbero dovuti servire alla struttura sanitaria per
fare prevenzione tra le donne immigrate, indagare la
presenza di carcinomi o patologie individuabili soltanto
con un esame medico.
Una parte di quel finanziamento è finito invece nelle
casse di guide spirituali e associazioni islamiche, a
cui il medico somalo Omar Abdulcadir ha «commissionato»
una sorta di promozione del servizio di prevenzione: «Io
vi do i soldi che ci ha dato la Regione, voi mi fate
questo servizio nella moschea», ha sintetizzato in un
seminario di formazione a porte chiuse a cui Il Giornale
è riuscito a prendere parte. «Certe figure possono
influenzare», dice alla platea il medico di origine
somala. Dunque ben venga l’autorità degli imam di
decidere se e quando una donna musulmana può recarsi in
ospedale per una visita di controllo. Stando alla
testimonianza di Abdulcadir, questa sembra essere una
prassi diffusa in Toscana, tanto che lui stesso
suggerisce agli operatori sanitari intervenuti al
seminario sulla “Salute Interculturale”, che si è tenuto
a Teramo questa settimana, di assumerla come un valido
modello per poter svolgere il lavoro di medico che
incontra sul suo sentiero una comunità di immigrati:
«Attingere a queste fonti è una nostra responsabilità –
dice – perché molti problemi possiamo risolverli senza
usare il manganello». Abdulcadir è lo stesso medico che
nel 2004 propose la possibilità di praticare, previa
l’applicazione di pomata anestetica, una puntura di
spillo sul clitoride delle ragazze africane che vivono
in Toscana per far uscire qualche goccia di sangue.
Ad uno ad uno aveva convinto i «rappresentanti» delle
immigrate africane ad accettare la sunna rituale in nome
di una «identità culturale» a suo dire «molto importante
per vivere in sintonia»; limitando forse il danno
provocato dall’infibulazione – in Italia vietata per
legge – ma di fatto riconoscendo un’usanza tribale
contro cui le istituzioni nazionali si sono battute per
anni, continuando a promuovere il superamento di questa
pratica anche nei Paesi africani. Vedi l’impegno di Emma
Bonino, che del tema si occupa dal ’99 e ha contribuito
alla firma del Protocollo di Maputo, il documento che si
prefigge l’eliminazione delle mutilazioni genitali
femminili entro il 2020. A suo tempo, Bonino definì il
tentativo di Abdulcadir un «frutto dell’ignoranza»,
spiegando che sarebbe «come parlare di pena di morte
discutendo se sia meglio la ghigliottina o l’iniezione
letale». A distanza di anni, il medico somalo non sembra
aver cambiato approccio e il fatto che promuova i
gestori dei centri islamici o delle moschee al rango di
capi comunità, riconoscendogli il ruolo di leader quando
la maggior parte degli immigrati musulmani non è neppure
praticante, dovrebbe far riflettere. Soprattutto perché
le sue teorie continuano ad essere proposte nei seminari
«di formazione» promossi dalle Asl. E non si capisce in
che modo un’affermazione quale: «Nelle società
poligamiche ci sono meno disturbi a livello di menopausa
e sterilità», possa aiutare gli operatori sanitari che
partecipano ad incontri sulla mediazione culturale in
ambito sanitario a migliorare il proprio lavoro in
Italia.
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